La strategia di Honda per presidiare il segmento dei crossover viaggia su due binari ben distinti: da una parte c’è il consolidamento ragionato del presente, dall’altra una scommessa per il futuro che sa parecchio di nostalgia. Guardando all’oggi, l’HR-V affronta il giro di boa di metà carriera con un restyling che definire conservativo è un eufemismo. A quattro anni dal debutto, le matite giapponesi hanno lavorato col bisturi. Il frontale sfoggia un nuovo paraurti e una calandra rivista che taglia i ponti con la versione precedente, mentre i gruppi ottici guadagnano un piglio più accigliato grazie agli interni bruniti. Anche dietro il layout interno dei fanali cambia leggermente, ma nulla che alteri le proporzioni generali della vettura. La vera rinfrescata arriva forse dalla palette colori, dove le tinte di richiamo naturalistico come il Sage Green Pearl, il Seabed Blue Pearl e l’Urban Grey Pearl mandano definitivamente in pensione i vecchi Khaki, Midnight Blue e Meteoroid Gray.
L’abitacolo e l’hardware meccanico seguono fedelmente la regola del “non si cambia una squadra che vince”. Gli interni confermano quel minimalismo razionale tipicamente nipponico, fatto di materiali morbidi e un’ergonomia rassicurante. Ci si è limitati a smussare la console centrale per rendere meno contorsionistico l’uso del pad di ricarica wireless e a dare una sistemata ai flussi dell’aria condizionata. Sollevando il cofano ritroviamo il vero asso nella manica di questo modello: il collaudato sistema full hybrid e:HEV. Il quattro cilindri 1.5 benzina i-VTEC lavora in tandem con due motori elettrici per tirare fuori 131 CV e 253 Nm di coppia. Numeri non da strapparsi i capelli (lo zero a cento viene coperto in 10,6 secondi), ma il focus qui è sempre stato la fluidità di marcia e i consumi reali da utilitaria.
A garantire la flessibilità ci pensano poi i Magic Seats, quel feticcio irrinunciabile per i clienti Honda che permette di ribaltare le sedute posteriori verso l’alto creando un pozzetto di carico enorme, l’ideale per infilare oggetti alti direttamente dalle portiere laterali. Il pacchetto tecnologico è ormai maturo: l’infotainment da 9 pollici mastica Apple CarPlay wireless e Android Auto, mentre l’app My Honda+ gestisce il remote control. Sul fronte degli ADAS, il pacchetto Honda Sensing di serie è un’armatura completa che copre dal cruise adattivo al traffic jam assist per sopravvivere alle code in tangenziale, fino al monitoraggio dell’angolo cieco. L’offerta commerciale ora si frammenta in cinque allestimenti. Agli storici Elegance, Advance e Advance Style, si affiancano l’Advance Plus (con dettagli in tinta carrozzeria e calandra nero lucido) e l’Advance Style Plus, che rinuncia ai mancorrenti ma butta nel calderone il tetto panoramico in vetro.
Eppure, mentre l’HR-V gioca la carta della pacata rassicurazione, dai corridoi americani di Honda filtra un’indiscrezione che rimescola pesantemente le carte. Secondo Auto News, la casa starebbe per resuscitare un’icona del design automobilistico più eccentrico: l’Honda Element tornerà in vita nel 2029. Manca ancora un’eternità, d’accordo, ma le logiche dietro questa operazione sono cristalline. Quando l’Element originale debuttò nel 2002, con le sue lamiere tagliate con l’accetta, era probabilmente troppo in anticipo sui tempi. All’epoca il mercato chiedeva forme a saponetta, e dopo la sbornia iniziale per la novità, le vendite colarono a picco. Oggi, ironia della sorte, il “boxy” è il nuovo nero. Basta guardare l’hype intorno a mezzi come il Ford Bronco, le sorelle maggiori Pilot e Passport, o la stessa metamorfosi squadrata della Toyota RAV4. L’Element ha finalmente trovato la sua epoca.
Il design originale a scatola da scarpe non era un vezzo per hipster, ma ingegneria pura: ingombri esterni da utilitaria e abitabilità interna da monolocale. Il pavimento si poteva letteralmente lavare con la canna dell’acqua, i sedili si appendevano ai lati per caricare le biciclette, e l’assenza del montante centrale unita alle porte ad armadio rendeva l’accesso a prova di trasloco. Non c’è alcuna certezza su quanti di questi dettagli da coltellino svizzero sopravviveranno nel modello del 2029, ma le premesse tecniche parlano chiaro. Sarà un ibrido, il che significa che il pacco batterie reclamerà inevitabilmente il suo spazio a bordo, magari rubando qualche centimetro a quel geniale pavimento piatto. La logica suggerisce che sotto il cofano finirà un trapianto diretto dalla Civic Hybrid – un 2.0 litri accoppiato a un doppio motore elettrico – gestito dal solito e-CVT, seppellendo per sempre l’opzione del cambio manuale.
Il progetto è tutt’altro che una scommessa di nicchia. I piani prevedono l’assemblaggio nello stabilimento in Ohio con un target globale di ben centomila unità solo per il primo anno di vita. I concessionari d’oltreoceano si fregano già le mani, considerando che oggi gli Element usati sfiorano lo status di veicolo di culto e spariscono dai piazzali in tempo zero a quotazioni folli. L’ago della bilancia sarà il posizionamento. Honda non può permettersi di appiccicare un cartellino del prezzo da 40.000 dollari sperando che l’effetto nostalgia faccia il resto. La nuova Element dovrà incunearsi esattamente in quello spazio millimetrico che oggi separa l’HR-V dal CR-V. Se le stime di mercato ci vedono lungo, posizionando l’asticella tra i 26.000 e i 28.000 dollari, potremmo trovarci di fronte a un mezzo capace di cannibalizzare parecchia concorrenza, ridefinendo il concetto di crossover pratico per il prossimo decennio.
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