Il mercato petrolifero ha l’abitudine di farsi guidare dai titoli dei giornali, e la seduta di mercoledì non ha fatto eccezione. Le quotazioni del greggio sono colate a picco, bruciando oltre il 5% del loro valore e cancellando di netto i guadagni accumulati il giorno precedente. A innescare questo pesante sell-off è stata un’indiscrezione trasmessa dalla TV di stato iraniana: Teheran avrebbe tra le mani una bozza per un accordo quadro, seppur non ancora ufficiale, con Washington. L’obiettivo ultimo sarebbe quello di mettere la parola fine al conflitto e sbloccare finalmente lo Stretto di Hormuz.
I numeri alla mano descrivono un ritracciamento netto. I futures sul Brent sono scivolati del 3,7% assestandosi in area 95,90 dollari al barile, dopo aver toccato minimi intraday di 94,16$. Ancora più marcata la flessione del West Texas Intermediate (WTI), che ha incassato un colpo di oltre il 5,5%, bucando al ribasso la soglia dei 90 dollari e aggiornando i minimi da oltre un mese.
Le promesse di Teheran e il labirinto geopolitico Ma cosa prevede esattamente questo fantomatico accordo? Secondo quanto rimbalzato sui media statali, l’intesa imporrebbe un passo indietro americano: ritiro delle forze militari dalle zone limitrofe all’Iran e rimozione del blocco navale. In cambio, la gestione del traffico marittimo nello Stretto passerebbe sotto la regia congiunta di Iran e Oman, con l’ambiziosa promessa di riportare i flussi commerciali ai livelli pre-bellici entro un mese dalla firma. Una prospettiva indubbiamente allettante che, unita a un timido ma reale aumento del transito di petroliere registrato in questi giorni, ha immediatamente innescato una pressione ribassista sui prezzi. Una dinamica confermata anche da Tamas Varga, analista di PVM, che ha evidenziato come i progressi tangibili verso la fine della crisi di approvvigionamento stiano già influenzando i listini.
Eppure, il quadro sul campo racconta una storia decisamente più complessa e contraddittoria. Solo poche ore prima, l’asse USA-Iran oscillava pericolosamente tra tentativi di dialogo e nuove fiammate militari. Gli Stati Uniti avevano appena condotto dei raid nel sud dell’Iran – un’azione definita puramente “difensiva” dal Pentagono – scatenando le immediate promesse di ritorsione di Teheran. A complicare un mosaico già fragile si sono aggiunti l’esplosione di una petroliera al largo delle coste dell’Oman e l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani in Libano, eventi che sembravano aver seppellito del tutto le speranze di pace nate dopo il cessate il fuoco dello scorso aprile.
La realtà dei flussi e lo scetticismo degli addetti ai lavori Qui entra in gioco il fisiologico cortocircuito tra finanza speculativa e logistica reale. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha tagliato fuori dal mercato globale oltre 14 milioni di barili al giorno di greggio mediorientale, stando ai severi calcoli dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). Davanti a un deficit strutturale di questa portata, ha davvero senso un crollo dei prezzi così improvviso?
Giovanni Staunovo, analista di UBS, tende a gettare acqua sul fuoco dell’ottimismo: il mercato continua a reagire d’impulso alle breaking news, ma nella sostanza non c’è nulla di radicalmente diverso rispetto a quanto si vocifera dallo scorso fine settimana. Gli stessi vertici iraniani non parlano affatto di un’intesa imminente. E mentre si negozia, i flussi fisici attraverso lo Stretto restano strozzati, continuando a erodere inesorabilmente le scorte globali.
C’è poi la pragmatica questione delle tempistiche. Chi mastica le dinamiche del settore petrolifero sa bene che riattivare rotte commerciali e infrastrutture non è come premere un interruttore. Sultan Ahmed al-Jaber, numero uno del colosso emiratino ADNOC, è stato particolarmente tranciante: anche ammettendo una fumata bianca immediata tra Washington e Teheran, serviranno non meno di quattro mesi solo per riportare i volumi all’80% della normalità. Per assistere a un ritorno a pieno regime, il mercato dovrà probabilmente rassegnarsi ad aspettare il primo, se non addirittura il secondo trimestre del 2027. Insomma, la speculazione può anche divertirsi a vendere sulla scia dell’entusiasmo, ma la strada per riempire di nuovo le superpetroliere a Hormuz rimane maledettamente lunga.
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